giovedì 21 aprile 2016


 MOSCHEA

Per concludere il nostro percorso di stage abbiamo visitato la Moschea di Anoun (moschea della luce) ed il centro cultura islamico. La nostra guida è stata Adel Shaeeb il coordinatore del centro cultura, accompagnato da due praticanti. La struttura comprendeva sia la moschea che chi uffici. All’inizio abbiamo visitato la parte degli uffici in cui c’erano delle aule studio per gli interessati, una biblioteca con anche i testi del corano, delle aule per il dopo scuola e per dei corsi di lingua araba. Finita la visita ci siamo spostati negli ambienti della moschea in cui le nostre guide ci hanno parlato liberamente della loro religione, l’Islam, e si sono sottoposti tranquillamente alle nostre domande. Ci hanno raccontato delle tradizioni dell’Islam e dei loro luoghi sacri, delle preghiere giornaliere e dei loro principi. La moschea consiste di due ambienti molto vasti che utilizzano in base all’affluenza di praticanti e un ambiente minore riservato alle donne. Dei giorni con più affluenza i tappetini vengono stesi anche nel cortile che da’ sull’ingresso, rigorosamente rivolti a sud-est.

Per concludere il nostro percorso di stage abbiamo visitato la Moschea di Anoun (moschea della luce) ed il centro cultura islamico. La nostra guida è stata Adel Shaeeb il coordinatore del centro cultura, accompagnato da due praticanti. La struttura comprendeva sia la moschea che chi uffici. All’inizio abbiamo visitato la parte degli uffici in cui c’erano delle aule studio per gli interessati, una biblioteca con anche i testi del corano, delle aule per il dopo scuola e per dei corsi di lingua araba. Finita la visita ci siamo spostati negli ambienti della moschea in cui le nostre guide ci hanno parlato liberamente della loro religione, l’Islam, e si sono sottoposti tranquillamente alle nostre domande. Ci hanno raccontato delle tradizioni dell’Islam e dei loro luoghi sacri, delle preghiere giornaliere e dei loro principi. La moschea consiste di due ambienti molto vasti che utilizzano in base all’affluenza di praticanti e un ambiente minore riservato alle donne. Dei giorni con più affluenza i tappetini vengono stesi anche nel cortile che da’ sull’ingresso, rigorosamente rivolti a sud-est.

Camilla Sollazzo, Alexandra Florea, Luca Bocchi


 

Incontro con il gruppo teatrale dei Cantieri Meticci

Venerdì 4 marzo 2016 abbiamo partecipato al progetto Cantieri Meticci con un gruppo di cinque attori amatoriali provenienti da paesi diversi. Abbiamo partecipato assieme alle classi 3F e 3I.
Inizialmente hanno interpretato un personaggio ciascuno, seguendo un monologo scritto e improvvisato da loro.
La prima ragazza si chiamava Juliette, era una ragazza ricca parigina, prima che suo padre perdesse il lavoro e di conseguenza la casa e il suo patrimonio.
Il secondo era Oussama, un ragazzo marocchino nato a Parigi con problemi di droga e di illegalità, che viveva come latitante, nascosto in uno scantinato.
La terza, Nadia, era una donna musulmana fidanzata con il quarto personaggio, Kalim, anche lui islamico. I due facevano parte dell'associazione creata dalla famiglia di Nadia che aiutava le persone con problemi economici e/o di integrazione. Kalim aveva il sogno di tornare a casa sua in Marocco a studiare, motivo per cui Nadia viveva nel dubbio: seguire l'amore della sua vita o il suo sogno di aiutare le persone tramite l'associazione di famiglia.
L'ultima era Natalìa: ragazza ucraina molto povera che per avere soldi andò a fare la domestica a casa di alcuni signori anziani, non sapendo che on realtà il suo lavoro era aveva un fune sessuale. Quando se ne rese conto provò a chiedere aiuto a suo padre che rimase indifferente alla questione, poichè bisognoso di soldi.
Successivamente ci hanno suddivisi in cinque gruppi dandoci il compito di immaginare un futuro per ciascuno dei personaggi e cercando di intrecciare le loro storie.
Un gruppo alla volta abbiamo dovuto rappresentare le storie da noi immaginate.
Lo scopo finale dell'incontro era quello di riuscire a comprendere le possibili situazioni di vita degli immigrati di seconda (e altre) generazione e di eliminare i pregiudizi che noi tutti abbiamo sugli stranieri.


Alice Vedovi, India Leonardi, Veronica Basile.
3°C

                        Progetto Microcredito

                        (Greta Graziani,Annalisa Visalli, Antonella Gallo e Tommaso Aicardi)

Il primo progetto del nostro percorso svolto quest’anno è iniziato il 6 Novembre del 2015, è stato presentato dalla fondazione Grameen con l’intento di aiutare ad immaginare un business che risolvesse un problema sociale.Il ciclo formativo proposto dalla professoressa Sonia vedeva innanzitutto la progettazione di sé,l’attivazione del processo creativo,l’identificazione dei problemi sociali,l’ideazione di un social business e in conclusione la vera e propria “gestione dell’impresa”.









La spiegazione è iniziata dalla definizione di MICROCREDITO,cioè un sistema rivoluzionario di microprestiti che concede prestiti erogati sulla fiducia e viene presentato come lo strumento di lotta alla povertà e all’esclusione sociale.Il SOCIAL BUSINESS ,cioè quello che noi in prima persona siamo andati a creare,è un’impresa che opera per raggiungere un obbiettivo sociale,Yunus(ideatore del microcredito) dice che il successo non è dato dal profitto ma dall’impatto sociale che ha sull’ambiente.
Un social business parte da un problema,segue l’erogazione di denaro,la creazione di un’azienda,di un prodotto e la successiva vendita che andrà a creare un nuovo prodotto.Affinchè l’azienda venga costruita bisogna individuare il problema sociale,cioè un”oggetto”culturale,o un problema riconosciuto globalmente come tale e bisognoso di essere risolto.I problemi vengono classificati come reali,oggettivi,chiari e specifici,come la mancanza di casa o la scarsità di lavoro.Attraverso la creazione di  due grafici,uno della definizione della problematica e una delle possibili soluzioni,abbiamo iniziato il percorso di creazione dell’impresa sociale “immaginaria” definendo inoltre la MISSION e la VISION,rispettivamente l’obbiettivo della nostra impresa e la visione della problematica da parte della  civiltà.Nella creazione dell’impresa si andava a descrivere un business plan ed il break even point ideale dell’impresa.

Attraverso la definizione degli ultimi due punti,siamo riusciti ad immaginare la nostra impresa in una vera e propria realtà imprenditoriale.


mercoledì 20 aprile 2016

                    
ABRAHAM

Bellini Alessia, Esposito Noemi, Girotti Giada.

Abraham ci ha raccontato la storia di come ha fatto ad arrivare in Italia e di quanto abbia perso e sofferto durante la sua odissea.
Nel 1991 Eritrea e Etiopia entrarono in guerra siccome l'Eritrea voleva l'indipendenza, così i due paesi iniziarono una guerra che durò 30 anni e dalla quale i cittadini volevano scappare, soppressi dal dominio dittatoriale che li controllava.
A 17 anni i ragazzi venivano portati via da casa e forzati ad entrare nel servizio militare, 10.000 studenti vennero presi insieme a lui e portati nel deserto, dove avrebbero dovuto vivere. Appena arrivati li fecero scendere e li divisero, così da non farli stare in un gruppo dove già conoscevano qualcuno. Sin da subito si sentì perso e perciò, dopo essere stato malmenato da uno dei superiori, prese come punto di riferimento un ragazzo alto e vestito di blu.
Gli alloggi loro assegnati erano di lamiera e in ognuno ci dovevano stare 120 persone.
La sveglia era alle 5, alle 8 iniziava la marcia e al pomeriggio c'era l'esercitazione con le armi. Le punizioni che venivano inflitte erano pesanti ed i superiori non credevano che tu stessi male se non sanguinavi.
Sei tutto ciò che loro vogliono tu sia.
Dopo il campo militare c'era la maturità e se venivi bocciato dovevi rimanere al campo. Solo il 4% passò l'esame e Abraham vide molti dei ragazzi con cui aveva stretto amicizia impiccarsi o suicidarsi nei bagni perché il solo pensiero di dover continuare quella vita aveva spento ogni loro speranza.
Nei due anni che ha passato al campo ha potuto scambiare solo due lettere con la propria famiglia.
Lui passò l'esame e la gioia di poter andare al College lo pervase, ma appena riuscì ad andarci scoprì che anche il College era militarizzato. Preso dallo sconforto, pensò che non poteva reggere altri quattro anni così, ma anche se voleva scappare non era una cosa facile da fare.
Per muoversi da una città ad un'altra si doveva andare alla Questura.
Fortuna volle che gli venne offerto di lavorare in una diga in Sudan, quindi scappò da scuola e andò a trovare i genitori, perché devi dire a qualcuno che vuoi fuggire.
Ci mise un mese per convincere un ragazzo a portarlo con sé, poiché questi pensava fosse una spia mandata dai capi; alla fine si unì a loro un altro ragazzo che parlava arabo.
Se si voleva scappare bisognava farlo di sera al buio, quando pioveva o il tempo era pessimo.
Il giorno in cui programmarono la fuga una guardia li sentì perché fecero rumore e diede l'allarme, così che altre guardie iniziarono ad inseguirli. I sandali che avevano si ruppero subito e furono perciò costretti a correre nel bosco a piedi nudi. Vero le 4-5 del mattino qualcuno ricominciò ad inseguirli, ma uno di loro aveva un coltello e riuscì a spaventare l'inseguitore. Sorse il sole quando si trovarono nel deserto, senza la più pallida idea se fossero in Sudan o ancora i Eritrea: fortunatamente avevano superato il confine.
I suoi due compagni fumavano e si lamentavano che volevano una sigaretta; verso sera un pecoraio che passava di lì decise di aiutarli e di offrire loro da bere, ma i suoi compagni volevano fumare e non accettarono il latte.
Dopo aver ringraziato il pecoraio, ripresero a muoversi ed incontrarono tre ragazzi che, a pagamento, li avrebbero portati oltre il confine, ma siccome non avevano soldi volevano consegnarli all'esercito eritreo. Chiesero ad Abraham se conosceva qualcuno, allora lui chiamò il ragazzo alto vestito di blu del primo giorno all'addestramento che li mise in contatto con qualcuno che poteva farli arrivare in Europa.
Durante il tragitto per raggiungere l'Europa, incontrarono dei camionisti che pagarono per loro il viaggio in gommone ma accadde un incidente e il gommone iniziò ad affondare; i pescatori europei non li aiutarono.
Vennero così bloccati appena misero piede a terra e i trafficanti caricarono i sopravvissuti su due piccoli pickup e presero via tutto ciò che avevano con loro.
A volte l'auto si inceppava sulle dune; dopo cinque giorni di viaggio il pickup su cui era si bloccò in una duna e ci misero due ore a sbloccarlo. Sette giorni dopo arrivarono finalmente in Libia, ma le persone a cui furono consegnati iniziarono a picchiarli.
Dopo anni a fare quel lavoro perdi la tua umanità
Anche se erano in 56 persone contro due solamente, nessuno osò ribellarsi perché la loto vita era nelle mani di quegli aguzzini.
La paura era così tanta che non avresti detto nulla anche se fossi stato violentato nel deserto
Venne loro offerta un'auto per fuggire, ma avrebbero dovuto pagare 50€ a testa e cinque di loro rimasero lì, vennero poi portati in un bunker-prigione insieme ad altre 150 persone, con un solo bagno.
Giunse il tempo del Ramadam e i loro aguzzini portarono cibo solo per i musulmani, quindi si scatenò una lotta all'interno della prigione. Sentendo il baccano che proveniva dalla prigione, i poliziotti pensarono che stesse nascendo una rivolta ed entrarono picchiando i carcerati... così Abraham perse uno dei suoi amici.
I mussulmani, poi, venivano scelti per lavorare e Abraham si finse uno di loro, riuscendo così a scappare. 
Usò un camion come copertura e mentre i poliziotti lo cercavano con i cani, lui stette a terra per ore, sapendo che poteva essere spappolato dalle ruote del camion se si fosse messo in moto.
Arrivato nella città più vicina, incontrò un suo vecchio conoscente che fece la spia, ma lui si era già unito ai sudanesi ed andarono a Tripoli con il loro boss, che chiese soldi alla famiglia. Un viaggio in gommone verso l’Italia costava 1.200€.
Il gommone affondò e lui tornò nuovamente a nuoto a terra; dopo tre giorni fece il secondo tentativo ed arrivarono di nuovo sul Mediterraneo, ma al sesto giorno di viaggio il motore si spense.
Arrivato a Lampedusa fu visitato da una dottoressa e il fatto che fosse una donna lo sconvolse molto, perché nel suo Paese le donne non svolgono lavori così importanti. 
Non sentendosi bene gli diedero il Permesso Umanitario, cioè quello per chi ha problemi di salute e non il Permesso come Rifugiato, ovvero per chi è in qualche modo perseguitato. 
Alla stazione gli dissero di andare al Nord e lui arrivò a Bologna, dove incontrò una coppia che litigava e lui credette che si sarebbero uccisi perché la donna era veramente infuriata, cosa che nel suo Paese non era né sarebbe mai successa. 
Cercando amici su internet ne trovò uno che viveva in Svizzera e quindi da Roma andò in Svizzera in un centro accoglienza, dove gli fecero 12 ore di interrogatorio per sapere più su di lui. Per avere il permesso mentì sulla sua storia ma loro sapevano la verità e perciò lo tennero in carcere per una notte. 
Dopodiché tornò a Bologna, dove vive tuttora; attualmente aiuta la sua famiglia mandando loro del danaro, poiché il governo ha tolto loro tutti i diritti da quando lui è fuggito.

domenica 3 aprile 2016

 Villa Aldini
(ingresso centro d'accoglienza)


 Villa Aldini
(villa storica)
































 Moschea Anoun
(via pallavicini 13)







venerdì 1 aprile 2016

"Intervista a Moustapha Sanni Mohamed"


"Intervista a Moustapha Sanni Mohamed"
Di:Annalisa Visalli,Greta Graziani,Antonella Gallo e Camilla Sollazzo. 

  21 Marzo 2016,Bologna

Lo stage è iniziato con la nostra presenza all'interno del centro accoglienza di Villa 
Aldini,aperto nel Febbraio del 2014,dove abbiamo avuto l'occasione di intervistare alcuni ragazzi arrivati da poco tempo in Italia. 

COME TI CHIAMI?QUANTI ANNI HAI?DOVE SEI NATO?
Mi chiamo Moustapha Sanni Mohamed,ho venti anni e sono nato il 30/1/1996 in Benin, regione confinante con Togo,Nigeria,Niger e Burkina Faso.
TI HANNO MAI PARLATO DELL'ITALIA?
Sì,lo hanno sempre descritto come l'unico paese europeo in cui avremmo potuto avere un futuro migliore ma da un paio di anni lo descrivevano come un paese in crisi.
COME ERA LA TUA VITA IN BENIN? Mio padre è morto quando ero piccolo e dopo la sua morte mia mamma è scappata per cercare i parenti del marito.Alla sua fuga,io sono rimasto con i miei zii in Benin e ho vissuto lì per diversi anni della mia vita,successivamente i miei zii si sono approfittati della ricchezza che ho ereditato da mio padre,sono poi iniziati una serie di conflitti che mi hanno portato a scappare per andare a cercare mia madre.
Sapendo che la famiglia di mio padre era nigeriana,prima di tutto mi sono recato lì per chiedere dove potesse essere mia madre ma quando sono arrivato mi hanno riferito che mia mamma era stata lì per poi andarsene e non avevano idea di dove potesse essere.
Dalla Nigeria sono andato a fare il sarto in Niger, per guadagnare soldi.
COME SEI ARRIVATO IN ITALIA?
In Niger ho conosciuto persone con cui ho deciso di intraprendere un viaggio verso la Libia.
Per arrivare in Libia un trafficante ci ha proposto un passaggio con un furgone ma durante il viaggio abbiamo fatto un incidente dove io mi sono ferito gravemente e in seguito la polizia libanese ci ha arrestati.Nonostante stessi male,sono restato 4 mesi in prigione senza cure così che mi sono aggravato e,secondo le procedure libiche,sono stato buttato fuori come avveniva con tutte le persone in fin di vita.
Uscito dalla prigione,un passante vedendomi ferito,mi ha portato con sè offrendomi cibo e vestiti e accompagnandomi in una comunità beninese in Libia.Arrivato nella comunità,che non riusciva ad offrigli cure,mi hanno organizzato il viaggio verso l'Italia.Sono partito da Tripoli,ed ho trascorso tre giorni in mare con 91 persone senza cibo e acqua.Il secondo giorno,una nave della marina italiana ci ha soccorso e portato fino alle coste di Lampedusa.
 QUAL È STATA LA PROCEDURA UNA VOLTA ARRIVATO IN ITALIA?
Sono sbarcato in italia a Lampedusa, appena arrivato sono stato sottoposto ad un controllo sanitario e in seguto a causa delle mie condizioni di salute un operatore di origine marocchina mi ha  permesso di prendere un aereo per Bologna e per permettermi così di ricevere al più presto le cure necessarie. una volta guarito sono stato portato al centro regionale Mattei in cui mi hanno identificato e ho fatto la richiesta d'asilo. In fine sono assegnato a questo centro d'accoglienza.
 DA QUANTO TEMPO SEI IN ITALIA? SEI QUA DA SOLO O HAI FAMILIARI?
Vivo in questo centro d'accoglienza da un anno e due mesi, sono arrivato a gennaio del 2015. Qua in Italia, a Bologna vive mio fratello, da dieci anni, con sua moglie e un figlio piccolo e a Reggio Emilia vive mia sorella anche lei da molti anni, sposata con cinque figli,che cerco di vedere almeno una volta al mese.
COME È LA TUA VITA ORA? 
Il centro di accoglienza,mi  offre una camera da letto che condivido con altri due ragazzi,abbiamo tre bagni in tutta la struttura e quotidianamente mi  offrono la possibilità di frequentare la scuola per imparare l'italiano e attività di volontariato,inoltre ho a disposizione 65 euro mensili.
COME TI TROVI CON I RAGAZZI DEL CENTRO ACCOGLIENZA?
La maggior parte dei ragazzi sono miei coetanei con cui riesco a rapportarmi ed andarci d'accordo.
SEI CREDENTE?CHE RELIGIONE PRATICHI?
Sì,sono musulmano e pratico quotidianamente la mia religione,nel centro accoglienza prego cinque volte al giorno con gli altri credenti.Ci è stato messo a disposizione uno spazio dedicato alle nostre preghiere ma a volte frequento anche la moschea vicino a porta San Donato.
La religione mi ha sempre aiutato,anche nei momenti più bui della mia vita.




Intervista all'operatrice Giulia:

Ci sono delle regole all'interno della struttura? Si, i ragazzi quando arrivano qui, firmano un documento tradotto nella loro lingua dove acconsentono alle regole della struttura, quali: il divieto di fumare e di introdurre alcolici all'interno della struttura, possono far entrare estranei solo col consenso degli operatori, ma non possono dormire all'interno della struttura, possono uscire ma all'una di notte le porte vengono chiuse. 
Se succede qualcosa di riprovevole a chi viene addossata la colpa? La responsabilità è loro anche perché sono maggiorenni e noi non siamo i loro tutori legali, internamente abbiamo le lettere di richiamo.
Ricevete aiuti economici? Ai ragazzi la prefettura da 75€ al mese che usano per ciò che vogliono 
Ci sono degli operatori ex immigrati? A livello globale se i ragazzi attuano un buon percorso all'interno della struttura, si integrano bene e imparano bene la lingua possono essere assunti da enti per aiutare queste persone che arrivano.
Da quale paese vengono i ragazzi accolti in questa struttura? La maggior parte arrivano dal Pakistan e Gambia ma in tutto abbiamo quindici nazionalità differenti.
Cos'è l'Hotspot? È un centro di ricollocamento dove i ragazzi che arrivano in Italia possono chiedere di essere trasferiti in un 'altro paese e secondo l'hotspot può essere fatto e l'iter di riconoscimento viene fatto nel paese il soggetto ha chiesto di andare.
Quante persone ospitate? Un centinaio
Come vengono gestite le camere? In ogni camera soggiornano tre persone